«il whisky serve a bere, mentre l’acqua a litigarci sopra.”>M.Twain

Il ciclo dell’acqua ci connette tutti e dall’acqua possiamo imparare il cammino della pace” (Vandana Shiva)

L’acqua è piû importante del petrolio,ma la maggior parte della gente non se ne rende conto.

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La questione dell’acqua,non viene abbastanza dibattuta quando si fanno analisi e dibattiti sui conflitti in corso.

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Ho  provato a raccogliere alcuni articoli che ci possono chiarificare un problema di vitale importanza,che risulta spesso essere la causa delle guerre che sono sotto i nostri occhi.

Mappa dei conflitti per l’acqua

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Guerre per l’acqua: idropolitica
La distribuzione ineguale dell’acqua dolce nel mondo, i fattori climatici, la crescita demografica, le crescenti esigenze sia dei Paesi in via di sviluppo che dei Paesi industrializzati fanno della risorsa un obiettivo strategico mondiale. Già nel 1995 Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale, affermava: ‘Se le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle de avranno come oggetto del contendere l’acqua’. Purtroppo la previsione appare quanto mai realistica, sebbene molti conflitti per l’acqua siano irriconoscibili perché mascherati da contrasti etnici, di religione o sociali (Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, Feltrinelli, 2003).
Spesso la costruzione di dighe rappresenta il fattore scatenante. Dietro l’espansione dell’irrigazione e della produzione di energia elettrica vi sono opere infrastrutturali faraoniche: le grandi dighe si sono moltiplicate a partire dalla seconda metà del XX secolo, grazie alle nuove potenzialità tecniche e ingegneristiche, creando una situazione di allarme mondiale. Questi interventi modificano radicalmente la morfologia del paesaggio, le caratteristiche idriche dei sistemi fluviali e le condizioni sociali delle popolazioni coinvolte; scatenano tensioni fra i Paesi rivieraschi e nei Paesi più poveri comportano richieste di finanziamenti internazionali che aggravano il loro debito estero.
Il valore crescente dell’acqua e le dinamiche determinate dalla sua scarsità hanno dato origine a un nuovo concetto di geopolitica delle risorse: l’idropolitica (Jacques Sironneau, L’acqua nuovo obiettivo strategico mondiale, Asterios, 1997).
In tutti i continenti vi sono bacini comuni a più Stati: più del 40% della popolazione mondiale dipende da sistemi fluviali transnazionali. La condivisione dell’acqua rappresenta un potente innesco di tensioni geopolitiche internazionali. Non a caso la parola rivale deriva dal latino rivalis, cioè qualcuno che usa lo stesso fiume di un altro. Nel 2500 a.C. le città sumere di Umma e Lagash si contendono le risorse idriche del Tigri: ne nasce un conflitto che durerà più di un secolo. È questa la prima ‘guerra dell’acqua’ della storia, placatasi solo grazie a un trattato condiviso: il primo accordo internazionale sull’acqua mai concluso.

Le principali regioni idroconflittuali nel mondo

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Nella storia contemporanea troviamo innumerevoli controversie centrate sull’acqua: il contesto più allarmante appare quello del Medio Oriente, dove si sommano scarsità di risorse, forte crescita demografica e nazionalismi esasperati.
Nel conflitto arabo-israeliano la distribuzione e il controllo delle risorse idriche rappresentano elementi chiave delle trattative di pace tra Israeliani e Palestinesi. Il fiume conteso è il Giordano, geologicamente condiviso da Israele, Giordania, Siria, Libano e Cisgiordania, ma prevalentemente sfruttato da Israele per la sua agricoltura. La maggior parte dell’approvvigionamento idrico di Israele deriva dai territori occupati nel 1948 e la guerra del 1967 è stata strumentale all’occupazione delle risorse idriche provenienti dalle alture del Golan, dal mare di Galilea, dal fiume Giordano e dalla Cisgiordania. Secondo uno studioso della questione mediorientale, l’idrologo Thomas Naff, “non può esserci pace finché non vengono risolti i problemi idrici e viceversa. Sarà proprio l’acqua a determinare il futuro dei territori occupati e la pace o la guerra”.
Le acque del Tigri e dell’Eufrate, che hanno alimentato l’agricoltura per migliaia di anni in Turchia, Siria e Iraq, sono alla base del perenne disaccordo fra i tre Paesi. Entrambi i fiumi nascono in Turchia, che ne detiene il controllo e sostiene ufficialmente: “L’acqua è nostra tanto quanto il petrolio dell’Iraq è iracheno”. La Turchia sfrutta la sua posizione di vantaggio per esercitare pressioni su Iraq e Siria, che rischiano di ritrovarsi con letti fluviali vuoti a seguito della realizzazione di un vasto progetto di dighe sull’alto corso del Tigri e dell’Eufrate. Così la diga diventa uno strumento di controllo politico.
Il conflitto tra Egitto e Sudan per il controllo del Nilo si è concluso con un trattato nel 1959, ma il fiume più lungo del mondo, che bagna dieci Paesi africani, è rimasto fonte di tensioni per gli Stati che attraversa. In particolare viene conteso tra Egitto ed Etiopia e tra Sudan e Uganda, Paesi più a valle, caratterizzati da zone aride più dipendenti dal fiume per l’agricoltura.

articolo di Mariarosa Vergara

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15/11/2013
La guerra dell’acqua è già iniziata
La scarsità di acqua dolce alla base delle Primavere arabe. Maggiori tensioni dal 2025
Alberto Mucci
Le prossime guerre non saranno combattute per conquistare un territorio o assicurarsi riserve petrolifere, bensì per controllare bacini d’acqua non salata, una risorsa che Brahma Chellaney, docente di Studi Strategici al Center for Policy Research di Nuova Delhi e autore del nuovo libro Water, Peace and War (Acqua, Guerra e Pace – edito da Rowman & Littlefield) chiama senza mezzi termini «l’oro blu». I numeri sembrano confermare la teoria del docente indiano: di tutta l’acqua presente sulla terra il 97,5 per cento è salata mentre del restante 2,5 per cento soltanto l’1 per cento cade sotto la definizione internazionale di «potabile». Non solo. Se durante lo scorso secolo la popolazione mondiale è cresciuta di 3,8 volte arrivando ai quasi sette miliardi di oggi, nello stesso periodo l’utilizzo pro capite di acqua non salata è cresciuto di ben nove volte – più del doppio. Una situazione paradossale e insostenibile nel lungo periodo. Non a caso in Water, Peace and War viene argomentato che già a partire dal 2025 alcune grosse città cominceranno a mostrare i primi segni di stress economico-sociale causati da insufficienza d’acqua non salata. Il primo di questi agglomerati urbani dove la situazione potrebbe precipitare è Sana’a, la capitale dello Yemen, una città di 2 milioni di persone le cui falde acquifere sotterranee sono sfruttate con ritmi che porteranno presto a un loro esaurimento.
Alla città del Golfo potrebbero poi seguire Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi e Quetta, nel nord del Pakistan ed entro la metà di questo secolo i “rifugiati dell’acqua”, ovvero persone che emigrano dalla loro città d’origine per trovare rifugio in posti dove l’acqua è più abbondante sono stimati in oltre 200 milioni. Ma questo scenario rappresenta soltanto la punta di un enorme iceberg. Il principale problema legato alla disponibilità di acqua da fiumi, falde sotterranee o laghi è che la stessa risorsa viene spesso utilizzata da due o più paesi mentre nella maggior parte dei casi è uno soltanto di questi ad avere il controllo sulla sorgente. Dei fiumi più importanti l’80 per cento circa si estende lungo più di un paese e delle falde acquifere più grandi ben 274 si trovano sotto i confini di due o più nazioni. Così mentre l’acqua non salata diventa un bene sempre più raro le probabilità che sia alla radici di tensioni politiche ed economiche sono sempre maggiori. Nel marzo scorso l’intelligence americana ha reso pubblico un memorandum in cui ammonisce sul possibile utilizzo dell’acqua potabile “come arma” in un futuro non troppo lontano, uno scenario già diventato realtà in alcuni paesi.
Come questo giornale ha scritto in precedenza, nel corno d’Africa la costruzione della gigantesca Grand Renaissance Dam (Grd) – con cui Addis Abeba avrebbe intenzione di bloccare parti del Nilo – ha già creato forti attriti tra Etiopia, Egitto, Sudan e altri paesi dell’area. E ha scatenato una minaccia di guerra da parte di Mohamed Morsi, l’ex presidente dell’Egitto, contro il vicino etiope. Ma il caso del Cairo e di Addis Abeba rischia di non essere isolato. Nel nuovo libro Chellaney evidenzia come la causa alla radice della Primavera araba sia da ricercare proprio nella scarsità di acqua dolce la sua insufficienza ha infatti causato magri raccolti, i quali a loro volta hanno comportato un aumento dei prezzi e agito come involontario catalizzatore del generale scontento economico e politico.

Alberto Mucci
Altra conferma viene dalla rilettura della guerra dei Sei Giorni del 1967 tra Israele e la Giordania (con i suoi alleati). Il vero obiettivo di Tel Aviv era il controllo del fiume Giordano e delle sue risorse acquifere. In favore di questa tesi il docente indiano evidenzia come nelle sue memorie lo stesso ex primo ministro Ariel Sharon ha posto una grande enfasi sul ruolo dell’acqua nella guerra. «I conflitti tra paesi potrebbero essere evitati – ha detto Chellaney in una recente intervista – il problema è che non esiste una struttura internazionale o un codice di condotta in grado di garantire la risoluzione delle numerose dispute che via via si presenteranno. Il problema è grave e non sembra esserci una forte volontà internazionale di risolverlo». In questo contesto è indicativo un accordo promosso dalle Nazioni Unite nel 1997 con l’intento appunto di regolamentare le dispute sulle risorse d’acqua non salate ancora in stallo a causa della mancanza di un numero sufficiente di firmatari per la ratifica. Inoltre, nonostante siano attualmente più di duecento le intese siglate per una comune gestione dell’acqua non salata mancano dei precisi criteri guida per la risoluzione delle eventuali dispute. Soltanto 18 dei trattati in vigore includono regole adatte ad evitare possibili instabilità politiche ma fatto straordinario è che tutti questi accordi sono stati firmati nel 19 esimo secolo quando la scarsità d’acqua non era un problema.

Iraq: Isis lancia la guerra dell’acqua, chiusa la diga di Ramadi

19:39 03 GIU 2015

(AGI) – Baghdad, 3 giu. – L’Isis scatena la “guerra dell’acqua”: e’ allarme umanitario nella provincia di Anbar, nell’ovest dell’Iraq, dopo che i miliziani jihadisti hanno chiuso le condotte della grande diga di Ramadi, citta’ caduta nelle loro mani il 17 maggio, facendo abbassare sensibilmente il livello del fiume Eufrate. I guerriglieri hanno re-indirizzato il corso dell’acqua, tagliando la fornitura idrica nella zona dei villaggi di al Habbaniyah e al Khalidiya, centri minori sulla strada per Baghdad. E ora, oltre alla carenza di acqua potabile, che rischia di causare una tragedia umanitaria, i ‘soldati del Califfo’ potrebbero infiltrarsi con facilita’ nell’alvo prosciugato, lanciando attacchi contro l’esercito. L’Eufrate, infatti, rappresenta – al momento – una sorta di confine naturale tra i territori occupati dai jihadisti, che controllano il bacino nord, e quelli ancora nelle mani del governo, le cui forze tentano di recuperare posizioni dal bacino meridionale. Un portavoce del governatore di Anbar ha confermato che, dopo la chiusura della diga, l’esercito e’ stato costretto a riposizionarsi. “Prima dovevano monitorare solo i ponti e alcune aree, ora tutto il letto del fiume e’ attraversabile”, ha spiegato Hikmat Suleiman. “Il Daesh (lo Stato Islamico, ndr) sta conducendo una sporca guerra dell’acqua”, ha commentato Sabah Karhout, capo del consiglio provinciale di Anbar. “Tagliare l’acqua e’ il peggior crimine possibile. Costringera’ bambini, donne e anziani a fuggire e permettera’ loro di muoversi e lanciare attacchi”. Non e’ la prima volta che l’Isis utilizza l’acqua come strumento offensivo. La scorsa estate i miliziani conquistarono la diga di Mosul, la piu’ grande del Paese, minacciando di sommergere Baghdad e assetare le citta’ circostanti. I peshmerga curdi, appoggiati dai raid americani, riuscirono dieci giorni dopo a riconquistarla. (AGI) .

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